La casa del sonno (Jonathan Coe)

La costruzione dell’intreccio è magistrale.

L’alternarsi di capitoli pari e dispari a vent’anni di distanza, con tutti i fili al posto giusto e senza mai lasciare il lettore disorientato è affascinante.

Eppure, l’emozione, quando potrebbe prenderti, resta sospesa, perchè quella che appariva una storia drammatica non capisci più bene se non sia invece virata nel grottesco.

Nei corsi di sceneggiatura si insegna che in una storia una coincidenza ci può stare, due diventano sospette, tre rendono l’insieme poco credibile: gli ultimi capitoli de “La casa del sonno” sono così pieni di coincidenze che viene da pensare sia stato questo il modo per strizzare l’occhio al lettore e dirgli non mi prendere troppo sul serio, mi ci sto divertendo.

Il che mi lascia il sapore di un chè di immorale, visto che la storia qualche emozione aveva suscitato.

Il terrazzino dei gerani timidi (Anna Marchesini)

Una scrittura straordinaria. Straordinariamente ricca di vocaboli, accostamenti inusuali, costruzioni sintattiche come se volteggiasse sul filo tra le due torri (se non avete visto “Man on wire”, procuratevelo) e mai che si percepisca il rischio di caduta. Eppure lieve. E profonda.

Anna Marchesini è proprio l’attrice comica del trio. Confesso il mio pregiudizio iniziale. Smontato dopo le prime due pagine – due proprio due – di scrittura sapiente. “Sapiente” non va bene, può far pensare a “costruito”. E tanto lavoro ci deve essere sotto, ma tale che l’insieme ora scorre, scorre, scorre. Scorre che non ti puoi fermare se non per le palpebre che, a una cert’ora, non resistono.

La storia non c’è, e non so nemmeno se sia un limite. Un sottile nucleo narrativo ruota intorno alla prima comunione della bambina, e agli incontri con alcuni, pochi, personaggi, ognuno dei quali è un’occasione per restituire un’epoca. Pagine memorabili – direi definitive – sulla bambina a confronto con la contabilità peccati / fioretti, eppure senza che mai ci sia l’affondo facile. Infine, le pagine finali sulla gioia della scrittura, magia connettiva di mondi e tempi altrimenti reciprocamente ignoti.

Lo consiglio senza riserve.

Invisibile (Paul Auster)

Difficile dirne. Della scrittura non mi permetto: certo che si legge bene! Il primo rovesciamento di senso può sorprendere e far esclamare ah, ecco che adesso si spiega questa stranezza. Il secondo, bah, il secondo fa pensare al gran mestiere. Le diverse forme scritte – il manosctitto incompiuto, la lettera, … – che all’interno della storia si rincorrono ricorsivamente e cercano di spiegarsi l’un l’altra mi piegano ad una struttura narrativa che mi appare più furba che sapiente.